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La Grande Guerra degli Italiani

La Grande Guerra degli Italiani

24 maggio 1915: La Grande Guerra degli Italiani

Breve riassunto della Grande Guerra 1914-1918

I prodromi

Nel 1914 nulla poteva evitare la guerra.

Francia e Inghilterra volevano bloccare l’espansionismo tedesco e la sua crescente, inarrestabile egemonia industriale e scientifica.

La Francia voleva la rivincita dopo i fatti d’arme del 1870 e voleva riprendersi l’Alsazia e la Lorena. L’Austria e la Russia speravano di risolvere le loro difficoltà con una politica estera particolarmente aggressiva ed espansionistica.

Il pretesto di Sarajevo

La scintilla della guerra scoccò il 28 giugno 1914, a Sarajevo, la capitale bosniaca. In un attentato, di matrice estremistica, persero la vita il granduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, e la consorte.

Grande Guerra degli Italiani Francesco Ferdinando e Consorte poco prima dell'attentato - 28 giugno 1914
Francesco Ferdinando e Consorte poco prima dell’attentato – 28 giugno 1914

L’Austria decise unilateralmente di considerare la Serbia responsabile dell’attentato perché essa dava rifugio agli indipendentisti slavi.

Si voleva dare esempio di severità a tutti i popoli dell’impero. Ponendo termine ai numerosi moti rivoluzionari e sovversivi della penisola balcanica. Volendo ridurre praticamente al silenzio la Serbia.

I generali Austriaci prevedevano una rapida e semplice campagna militare priva di ostacoli significativi.

La Germania sognava la formazione di un grande stato formato da tutte le nazioni di lingua tedesca.

L’impero Russo, ambiva a riunire sotto di sé tutti i popoli di lingua slava. Quindi scese in campo in aiuto della Serbia ordinando la mobilitazione del proprio esercito.

Le alleanze in campo

Appena l’Austria dichiarò guerra alla Serbia fu messo in moto l’automatismo delle alleanze e delle mobilitazioni.

In pochi giorni ebbero luogo le dichiarazioni di guerra.

A fianco di Germania e Austria si schierarono Turchia e Bulgaria. Il Giappone e la Romania si schierarono a fianco della Triplice Intesa.

Socialisti e cattolici si schierarono decisamente per la pace, ma non furono presi in considerazione.

Non fu presa in considerazione neanche la durissima condanna pronunciata dal papa Benedetto XV. Il Papa considerò la guerra come il risultato dell’egoismo, del materialismo e della mancanza di grandi valori morali e spirituali.

Soltanto l’Italia di Giolitti mantenne la calma: la Triplice Alleanza era un patto difensivo, e siccome Austria e Germania non erano state aggredite, ma avevano dichiarato guerra per prime, l’Italia sostenne di non avere alcun obbligo di schierarsi al loro fianco.

Piani di invasione concretizzati

Da molti anni gli stati maggiori di Francia e Germania si stavano preparando a una guerra che ritenevano inevitabile.

La Francia aveva fortificato il confine con la Germania. Quest’ultima invece aveva pronti i piani per un attacco fulmineo che portasse le sue truppe a Parigi in poco tempo, così come era successo nel 1870.

Grande Guerra degli Italiani Europa nel 1914
Europa nel 1914

Appena dichiarata la guerra ed iniziata la mobilitazione il grosso delle truppe francesi furono ammassate lungo il confine tedesco.

La mobilitazione delle forze russe avveniva lentamente per la scarsezza di mezzi di trasporto e l’insufficienza di strade e ferrovie.

Così la Germania pensò di riversare tutte le sue forze contro la Francia, di sconfiggerla rapidamente e poi rivolgersi contro la Russia sul fronte orientale.

Per poter effettuare questo piano di guerra lampo la Germania doveva evitare le potenti fortificazioni francesi costruite sul confine. L’esercito tedesco invase il Belgio, che era neutrale, per assalire le truppe francesi alle spalle.

La battaglia della Marna

I tedeschi, dopo un mese di aspri combattimenti, giunsero a quaranta chilometri da Parigi. Ma sul fiume Marna furono bloccati e respinti alla fine di una battaglia durissima. La non prevista guerra di posizione Fallisce ben presto l’illusione della guerra lampo.

Questo succede perché scavando delle trincee e attendendo l’assalto del nemico il difensore è fortemente avvantaggiato sull’attaccante.

Gli assalti, sono ancora effettuati dai fanti che si scagliano contro le mitragliatrici nemiche.

Dopo la battaglia della Marna le truppe tedesche e franco-britanniche si fronteggiarono lungo una linea che andava dalla Manica alla Svizzera.

La guerra di movimento si trasformò in guerra di posizione. I soldati furono costretti a vivere dentro trincee, nella sporcizia e sotto le intemperie, su un fronte praticamente fermo.

La Germania attacca sul fronte orientale

Grande Guerra degli Italiani Poster - The world is mine - 1914
Poster – The world is mine – 1914

Nel frattempo a oriente l’esercito tedesco riuscì a occupare la Polonia dopo due vittorie ottenute presso i laghi Masuri e Tannenberg.

Il fronte austro-russo, a sud, si estendeva per centinaia di chilometri, senza alcun avanzamento da parte dei contendenti.

Gli stati europei si gettarono nell’avventura della guerra sottovalutandone completamente i costi economici ed umani.

Essi affrontarono quasi con leggerezza la tragica avventura poiché pensavano a una guerra breve come quelle che si erano combattute nell’800.

Anzi ritenevano che la potenza delle nuove armi avrebbero ancora di più accelerato i tempi della conclusione.

Altro errore di prospettiva fu quello di pensare che la supremazia in Europa avrebbe avuto di conseguenza il dominio sul mondo, ma questo calcolo ignorava la nascita di due nuove superpotenze: gli USA e il Giappone, le quali uscirono fortemente rafforzate dal conflitto, mentre l’Europa ne uscì gravemente indebolita sia per le perdite umane che per i costi economici.

Si immaginava, infine, questa guerra come le altre precedenti, con vittime, costi e conseguenze gravi, ma in qualche modo limitate e prevedibili: con dei vincitori che avrebbero acquistato nuovi territori e maggiori mercati e degli sconfitti che li avrebbero perduti.

Interventismo e Neutralismo Italiano

La maggior parte degli Italiani era per non entrare in guerra a fianco degli Austriaci che occupavano ancora i territori di Trento e Trieste.

Predominante era in Italia il partito dei neutralisti, ma la minoranza interventista era comunque dell’avviso di cambiare alleanza e di schierarsi contro l’Austria.

I cattolici e buona parte dei socialisti erano contro la guerra.

Grande Guerra degli Italiani Gabriele D'Annunzio
Gabriele D’Annunzio

I socialisti sostenevano che la guerra era un affare tra capitalisti che lottavano per il predominio imperialista dell’Europa, mentre i proletari di tutto il mondo dovevano sentirsi fratelli.

Giolitti, che poco tempo prima aveva lasciato la presidenza del consiglio, si era impegnato per mantenere la neutralità italiana.

Egli era sicuro che gran parte del territorio italiano ancora occupato dall’Austria (“parecchio”, come lui stesso affermò) poteva essere ottenuto mediante trattative diplomatiche.

Le forze interne ed esterne che spingevano l’Italia verso la guerra erano molto forti.

In La grande industria vedeva nella guerra un’occasione unica e grandiosa di espansione economica grazie alle forniture per l’esercito.

I maggiori quotidiani italiani cavalcavano le tesi dei nazionalisti e attaccavano in maniera violenta i neutralisti fino a definire traditore Giolitti.

Gabriele D’Annunzio e l’interventismo

Molte manifestazioni di piazza si svolgevano a favore della guerra e molti interventisti tra cui Gabriele D’Annunzio vi pronunciavano infuocati discorsi patriottici.

Anche dall’estero le spinte non mancavano: l’Italia importava il 90% del suo carbone dall’Inghilterra e dipendeva da Inghilterra e Francia anche per altre importanti materie prime: questo era un formidabile strumento di pressione nelle mani dell’Intesa.

Nel mese di aprile 1915 il governo italiano firmò a Londra un patto segreto nel quale l’Italia s’impegnava ad entrare in guerra con Francia e Inghilterra. I giornali sottovalutavano i costi e le conseguenze della guerra.

Il Re era decisamente favorevole alla guerra. Il Parlamento, ancora contrario, fu praticamente obbligato ad approvare il patto di Londra.

Il 24 maggio 1915 anche l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

Il primo anno sul fronte italiano

Grande Guerra degli Italiani Fante Italiano - 1915
Fante Italiano – 1915

Il fronte italiano costituiva una linea che congiungeva il lago di Garda con Gorizia attraversando l’altopiano di Asiago, i monti del Cadore e della Carnia fino all’altopiano della Bainsizza e ai monti Sabotino e San Michele.

Anche se non mancavano i volontari la grandissima maggioranza dei militari fu costituita dai richiamati provenienti soprattutto dalle regioni meridionali.

Alcune brigate divennero celebri come la Brigata Sassari, la Trapani, Cosenza, Catanzaro ecc.

Anche gli Italiani furono bloccati in una guerra di trincea contrassegnata da lunghe pause alternate ad assalti ferocissimi e inutili che comportavano ogni volta migliaia di vittime.

Il solo risultato positivo si ebbe nel mese di agosto 1916 con la conquista di Gorizia, avvenuta dopo che i soldati italiani avevano respinto la cosiddetta “spedizione punitiva” (Strafexpedition) degli Austriaci sull’altipiano di Asiago.

Nel solo primo anno di guerra gli Italiani persero 250.000 uomini tra morti, feriti e dispersi.

Il 1916

La guerra di trincea rendeva obbligatori fronti lunghi migliaia di chilometri che occupavano milioni di combattenti.

Tutti gli stati belligeranti furono costretti ad adottare l’arruolamento obbligatorio.

Milioni di donne furono impiegate nelle fabbriche addette alla produzione di materiale militare.

Le due grandi e sanguinosissime battaglie combattute in Francia intorno alla fortezza di Verdun e sulla Somme non servirono a far avanzare di un metro le linee dei contendenti.

Avviene l’esordio, ancora non decisivo per gli esiti della guerra, di nuove armi: gli aerei, i carri armati, i gas e i lanciafiamme.

Gli aerei inizialmente combattevano tra loro e mitragliavano le trincee dall’alto, rarissimamente bombardarono le città.

Sul mare

Gli inglesi, con la loro lotta, bloccavano i porti tedeschi per impedire i rifornimenti.

Una sola battaglia navale fu combattuta nel 1916 tra la flotta inglese e quella tedesca. Gli Inglesi persero 3 corazzate e 3 incrociatori, i tedeschi persero 2 corazzate e 4 incrociatori.

Alla fine della battaglia la flotta tedesca rientrò nei porti di partenza. Entrambi i contendenti si dichiararono vincitori, ma il controllo dei mari continuò a rimanere nelle mani degli Inglesi.

I tedeschi furono pesantemente danneggiati dal blocco navale inglese. Dopo la battaglia dello Jutland i tedeschi combatterono la guerra sui mari solo con i sottomarini e con le navi corsare.

Vittime di questi sottomarini furono le navi di rifornimenti provenienti dagli USA e destinati all’Inghilterra. Questo sarà uno dei motivi che alla lunga provocherà l’intervento diretto degli Stati Uniti nella guerra.

1917: L’anno della crisi

Nel 1917 l’orrendo macello era ormai sotto gli occhi di tutti e non si vedevano sbocchi. Niente poteva giustificare tante stragi e sofferenze.

Grande Guerra degli Italiani Carro Mark I - 1917
Carro Mark I – 1917

Il Papa Benedetto XV continuava a lanciare appelli per la pace e per far finire la guerra, definita vergogna dell’Umanità.

La popolazione europea era stanca per la fame e le sofferenze. Aveva visto le migliaia di profughi tornati a casa orrendamente mutilati.

Mancavano i contadini nei campi e gli operai nelle fabbriche, le donne, i vecchi e i bambini dovevano occuparsi di tutto. Non c’era una famiglia che non lamentasse qualche vittima della guerra.

Mancavano quasi del tutto lo zucchero, il burro, la carne. Il pane, la pasta, la verdura vennero razionati.

Al malcontento dei familiari dei soldati si univa il morale bassissimo di questi ultimi.  I soldati trascorrevano il tempo nell’attesa di sanguinosi assalti di cui non si scorgeva lo scopo visto che non ottenevano alcun risultato.

Numerosi furono gli episodi di diserzione, di automutilazione e di ammutinamento. Molti giovani richiamati si rendevano colpevoli di renitenza alla leva. Numerosi furono i processi e le fucilazioni di militari.

La Russia si ritira

In Russia, nella primavera del 17 scoppiarono diverse rivolte che costrinsero lo Zar Nicola II all’abdicazione.

L’esercito stanco e sfiduciato si sfaldava, i soldati a milioni tornavano a casa.

Il partito bolscevico di Lenin prendeva il potere e Lenin firmava l’armistizio di Brest-Litovsk (dicembre 1917) e poi il trattato di pace con la Germania.

La Russia usciva così dal conflitto perdendo Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Finlandia.

Gli USA in guerra

Il ritiro della Russia sembrava aver dato un duro colpo alle speranze di vittoria del fronte anglo-francese-italiano. Germania e Austria riversarono contro il fronte francese e quello italiano le truppe rese libere dal disimpegno della Russia.

A questo punto avviene l’ingresso decisivo nel conflitto degli Stati Uniti d’America.

Gli Americani erano rimasti molto colpiti dagli affondamenti delle navi civili operate dai tedeschi. In particolare dall’affondamento del transatlantico Lusitania che aveva provocato la morte di 124 cittadini americani.

Nel mese di aprile del 1917 il governo USA dichiarò guerra alla Germania: questo comportò l’arrivo in Europa non solo di truppe fresche, ma di viveri, materiali, prestiti.

Caporetto

L’esercito italiano era logorato dopo 12 inutili assalti sul fiume Isonzo.

Il comando Austriaco scaglia contro gli Italiani le truppe che tornavano dal fronte orientale. L’attacco sfondò lo schieramento italiano a Caporetto tra il 24 e il 30 ottobre 1917.

Tutto il fronte italiano dovette ritirarsi per evitare che parte delle truppe rimanessero accerchiate o isolate. Tale ritirata, non essendo stata programmata, si trasformò in una disfatta.

Furono perse intere divisioni e una quantità ingente di materiali. Migliaia furono i profughi civili costretti ad abbandonare le loro case.

Per fortuna, quando tutto sembrava perduto, il paese seppe reagire con fermezza. Il generale Armando Diaz sostituì il generale Cadorna, a Roma fu costituito un governo di solidarietà nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando.

L’intero parlamento appoggiò questo governo, l’esercito fu riorganizzato rapidamente, l’avanzata austriaca fu bloccata sul Piave, sull’altipiano Asiago e sul Monte Grappa. Ormai per l’Austria e la Germania non c’erano più speranze.

1918 Collasso economico di Austria e Germania

Dal punto di vista esclusivamente militare le cose per Austria e Germania non andavano male: le truppe austriache erano avanzate fino al Piave, la Russia si era ritirata con gravi perdete territoriali, il fronte occidentale era fermo.

Ma era dal punto di vista delle risorse che Austria e Germania non ce la facevano più: le campagne erano state abbandonate, le materie prime mancavano, il razionamento alimentare aveva colpito anche le truppe.

Senza viveri e rifornimenti Austriaci e Tedeschi furono costretti alla resa.

La vittoria

Nella primavera del 1918 gli imperi centrali fecero un ultimo, disperato tentativo di rovesciare il destino della guerra.

Medaglia al Valore Militare - 1918
Medaglia al Valore Militare – 1918

In Francia l’esercito tedesco riuscì a raggiungere nuovamente la Marna, ma furono respinti definitivamente dalle truppe francesi e americane oltre che da cannoni, carri armati, aerei.

L’esercito Italiano respinse gli attacchi austriaci e ottenne la vittoria decisiva a Vittorio Veneto.

Proseguirono verso Trento e Trieste dove entrarono il 3 novembre.

Il 4 Novembre fu firmato l’armistizio con l’Austria. L’11 Novembre la Germania chiese la pace. L’imperatore tedesco e quello austriaco furono costretti ad abdicare da violente rivolte popolari.

Tragico bilancio

Caduti italiani: 600.000, caduti francesi: 1.400.000, caduti tedeschi: 1.800.000, caduti austro-ungarici: 1.300.000, russi 1.600.000.

Comunque la maggior parte dei caduti sono tra i combattenti: la seconda guerra mondiale sarà invece caratterizzata dall’enorme numero di vittime civili.

Inoltre la fine della Grande Guerra lascia irrisolti gravissimi problemi che saranno alla radice della Seconda Guerra Mondiale.

L’Italia nella Grande Guerra

Generale Luigi Cadorna
Generale Luigi Cadorna

Sul piano strettamente militare, l’esercito italiano, guidato dal capo di stato maggiore Alberto Pollio dal giugno 1908 al luglio 1914, aveva rafforzato le linee di difesa soprattutto sul fronte nord-orientale, avviando la modernizzazione degli armamenti e riorganizzando le forze dopo la campagna di Libia del 1911-1912.

Luigi Cadorna, succeduto a Pollio, pur nell’incertezza della situazione politica interna ed estera, diede inizio alla mobilitazione e poco dopo lo scoppio delle ostilità si trovò ad avere a disposizione 4 armate, suddivise in 14 corpi d’armata e 40 divisioni per un totale di 1.090.000 uomini, 216.000 quadrupedi, 3.300 automezzi, 930.000 fucili, 620 mitragliatrici e oltre 2.150 pezzi d’artiglieria.

Gli schieramenti

Sui circa 650 km di confine tra Italia e Austria le forze italiane furono così distribuite: la armata, dallo Stelvio alla val Cismon (passando per il Cevedale, Tonale, Adamello, alto Garda, altipiani di Tonezza e Asiago); 4a armata in Cadore e Carnia. Dal Monte Canin lungo il fiume Isonzo fino al mare la 2a e la 3a armata.

Gli austriaci misero in campo 221 battaglioni divisi fra comando del Tirolo, gruppo d’armata della Carinzia e 5a armata sul fronte isontino.

La parziale inferiorità numerica delle loro forze era compensata da uno schieramento più favorevole perché appoggiato a postazioni dominanti e ben protette, servite da un’efficiente rete stradale.

Da notare che dallo Stelvio al Cadore gli opposti schieramenti si fronteggiarono quasi sempre in zone d’alta montagna dove i combattimenti si svolsero molto spesso in condizioni proibitive, con colpi di mano, azioni di mina e contromina durate mesi e avvalendosi dell’opera instancabile dei genieri per far giungere ogni tipo di rifornimento fino a postazioni isolate anche oltre i 3.000 metri.

Manifesto Prestito
Manifesto Prestito

Il piano d’attacco del comando supremo italiano prevedeva in Trentino azioni locali miranti a impadronirsi di postazioni più favorevoli alla difesa, cercando di diminuire l’estensione del pericoloso saliente a sud di Trento.

Nella zona del Cadore era previsto un attacco verso la piana di Dobbiaco e di Sesto mentre lo sforzo principale doveva essere esercitato a est, oltre l’Isonzo, verso Gorizia e Trieste e poi verso Lubiana e Zagabria, in coordinamento con le azioni di russi e serbi.

L’impegno bellico

1914-1915

Pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria-Ungheria alla Serbia, il 3 agosto 1914, il governo presieduto da Salandra dichiarò la neutralità dell’Italia.

Sul piano formale si era richiamato a una delle clausole del trattato della Triplice alleanza, firmato nel maggio 1882 con Germania e Austria-Ungheria e più volte rinnovato, che prevedeva l’intervento militare solo in caso di aggressione a una delle tre monarchie.

In realtà, il paese era diviso tra neutralisti e interventisti.

Fra i primi, in maggioranza, i cattolici, i liberali di Giolitti e i socialisti; fra i secondi, gli irredentisti, i liberali conservatori, i socialisti riformisti, poi i repubblicani e l’ala defezionista socialista guidata da Mussolini.

Antonio Salandra
Antonio Salandra

A conferma di uno stato di instabilità e incertezza politica, all’interno di questi schieramenti le posizioni subirono profondi mutamenti tra l’estate del 1914 e la primavera del 1915.

I nazionalisti, ad esempio, sostenevano l’intervento, ma inizialmente a fianco della Triplice e solo dopo a fianco dell’Intesa.

A sfavore dell’alleanza con gli Imperi Centrali pesavano le sconfitte subite nel 1866 nella terza guerra d’indipendenza contro l’Austria, al termine della quale era comunque stato acquisito il Veneto, ma non il Trentino e parte della Venezia Giulia, rimaste sotto il controllo del governo di Vienna.

Seguendo ancora una volta, e non sarà l’ultima, l’ambigua politica del doppio binario, Roma intavolò trattative con Vienna per ottenere in via pacifica le terre irredente, senza però raggiungere nessun risultato tangibile.

Il Patto di Londra

Il passo decisivo per il mutamento delle alleanze fu rappresentato dal patto firmato segretamente a Londra il 26 aprile 1915 con i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Russia. Nel pattp l’Italia si impegnava a scendere in guerra a fianco dell’Intesa entro un mese. In cambio, in caso di vittoria avrebbe ottenuto, fra l’altro, il Trentino e l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, Gradisca, parte dell’Istria e della Dalmazia, diritti sull’Albania.

Dopo la denuncia della Triplice alleanza il 3 maggio, il governo Salandra, sulla spinta anche degli interventisti che avevano dalla loro parte un propagandista come Gabriele D’Annunzio, presentò al governo di Vienna la dichiarazione di guerra il 23 maggio 1915 , fissando l’inizio delle ostilità al giorno successivo.

Poco dopo l’inizio delle ostilità, a nord sul fronte alpino fu occupata Cortina d’Ampezzo, il Monte Altissimo, il Coni Zugna e il Pasubio, mentre il caposaldo del Col di Lana fu attaccato senza risultato.

A est fu raggiunta Monfalcone, Plava e a metà giugno fu conquistato il Monte Nero.

Subito dopo iniziò la lunga serie di battaglie che presero il nome dal fiume Isonzo perché combattute in gran parte sulle sue rive e nelle zone circostanti.

A fronte di qualche chilometro di terreno conquistato le perdite globali in questa porzione del fronte, assommarono a oltre 300.000 uomini: 131.000 austriaci e 173.000 italiani, tragico risultato della cosiddetta guerra di logoramento o di materiali.

1916
Franz Conrad von Hötzendorf - 1915
Generale Franz Conrad von Hötzendorf – 1915

Il secondo anno di guerra sul fronte italiano fu caratterizzato da una violenta offensiva austriaca sferrata dal saliente del Trentino e dal proseguimento delle operazioni sull’Isonzo.

Conrad, capo di stato maggiore austro-ungarico dal 1906 al 1911 e dal 1912 al 1917, aveva messo a punto un piano che prevedeva di irrompere dalle forti posizioni a sud di Trento e di raggiungere la pianura padana tra Verona e Vicenza, prendendo così alle spalle le forze schierate a est.

Per inciso, Conrad aveva suggerito di attuare lo stesso piano nel 1909, in concomitanza con il terremoto di Messina quando gran parte dei soldati italiani erano impegnati nelle operazioni di soccorso. Ancora nel 1911 quando esercito e marina combattevano in Libia contro la Turchia.

L’alto comando tedesco espresse parere negativo, ma gli austro-ungarici proseguirono nella preparazione ammassando dietro il fronte dell’attacco. Da ovest a est, l’11a armata di Dankl e la 3a di Kowess, per un totale di circa 200 battaglioni appoggiati da circa 1.000 pezzi d’artiglieria.
Di fronte era schierata la 1^ armata italiana del generale Guglielmo Pecori-Giraldi con 160 battaglioni e circa 700 bocche da fuoco.

La Strafexpedition

La Strafexpedition iniziò il mattino del 15 maggio 1916 su un fronte di circa 40 km dalla Val Lagarina alla Valsugana.

La Battaglia degli Altipiani - 1916
La Battaglia degli Altipiani – 1916

I combattimenti si concentrarono sugli altipiani di Tonezza, dove le truppe italiane furono costrette a indietreggiare nonostante la strenua resistenza opposta soprattutto nei settori del Coni Zugna, Passo Buole, Pasubio, Cengio, Cimone.

Il 27 maggio gli attaccanti conquistarono Arsiero e il giorno dopo Asiago: l’invasione verso Schio e Bassano sembrava inevitabile.

Generale Guglielmo Pecori-Giraldi
Generale Guglielmo Pecori-Giraldi

Ma il rapido concentramento di rinforzi fatti affluire da altri fronti, che in parte andarono a costituire la nuova 5a armata schierata in pianura, permise al comando supremo italiano di arginare la pressione avversaria sull’estremo limite degli altipiani.

Ai primi di giugno l’inizio di un nuovo attacco russo in Galizia costrinse Conrad a trasferire parte delle truppe schierate nel Trentino e l’offensiva si esaurì.

Il 16 giugno gli italiani passarono al contrattacco e entro luglio fu riconquistata circa la metà del terreno perduto.

La Strafexpedition, o battaglia degli altipiani, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, ebbe pesanti conseguenze per entrambi gli eserciti: l’Austria-Ungheria perse circa 83.000 uomini, l’Italia circa 147.000.

Sul piano strategico fu però sancita la sconfitta di Conrad, che da allora vide diminuire il suo prestigio.

Sul fronte dell’Isonzo, gli italiani sferrarono dall’11 al 19 marzo la loro quinta offensiva attaccando le forti linee avversarie dal monte Sabotino al mare, ma i risultati furono insignificanti.

La conquista di Gorizia
Le Battaglie dell'Isonzo - 1916
Le Battaglie dell’Isonzo – 1916

Dopo la fine della battaglia degli altipiani e l’indebolimento del fronte giulio per il trasferimento di truppe in Galizia, Cadorna preparò con maggior cura un nuovo attacco con obiettivo Gorizia.

Importante nodo stradale e ferroviario, la città era circondata da alture fortificate che ne rendevano la conquista molto ardua.

Utilizzando la rete delle ferrovie e perfezionando l’organizzazione logistica, ingenti forze furono concentrate a est in modo da assicurare una netta superiorità in uomini e artiglierie alla 3a armata, che il 4 agosto diede inizio alla sesta battaglia dell’Isonzo.

Il giorno 6 fu conquistato il Sabotino e il 7 fu ripreso il San Michele.

La posizione fu occupata in giugno dagli austriaci facendo uso per la prima volta di gas asfissianti sul fronte italiano. Dopo la resa del caposaldo del Podgora l’8 agosto, reparti della 12a divisione attraversarono il fiume e entrarono a Gorizia.

In tal modo venne fatto un passo importante verso Trieste e, tenendo impegnate consistenti forze avversarie, fu dato indirettamente aiuto alla Romania, in procinto di scendere in guerra a fianco dell’Intesa.

 

Le offensive sul Carso

Altre tre offensive furono sferrate a est e a sud di Gorizia, sul Carso. A metà settembre, a metà ottobre e tra la fine dello stesso mese e i primi di novembre, senza pero che fossero assicurati vantaggi territoriali di rilievo.

La tattica degli assalti frontali contro postazioni difensive ben organizzate continuò a provocare pesanti perdite in una interminabile guerra di logoramento.

Sul fronte settentrionale, nel periodo estivo gli alpini attaccarono sulle Alpi di Fassa, conquistando alcune posizioni.

Anche il settore del Pasubio fu nuovamente teatro di aspri combattimenti in settembre e ottobre.

La guerra navale

Nel 1916 la marina italiana, assicurò la protezione dei convogli per lo sgombero dell’esercito serbo dai porti albanesi.

Proseguì anche l’attività di scorta alle navi che trasportavano il corpo di spedizione italiano in Albania. A partire da agosto, quello inviato sul fronte macedone attraverso Salonicco.

Inoltre, proseguì la costante azione di pattugliamento nel canale d’Otranto. In luglio la corazzata Leonardo da Vinci fu affondata a Taranto in seguito a un’azione di sabotaggio. In dicembre un’altra corazzata, la Regina Margherita, saltò su una mina nelle acque di Valona.

Torpediniere e MAS, effettuarono incursioni nei porti di Trieste, Parenzo, Pirano e Durazzo e Pola.

La nascita degli Assi

Dal punto di vista aeronautico il 1916 vide la nascita anche sul fronte italiano degli assi della caccia. Francesco Baracca ottenne la sua prima vittoria in aprile presso Gorizia con un biplano Nieuport 11 Bebe.

Ben presto si imposero altri cacciatori come Piccio, Scaroni, Olivari, Ruffo di Calabria, Baracchini e Ranza, mentre nello schieramento

Gli Assi della 91 Squadriglia
Gli Assi della 91 Squadriglia

opposto si misero in luce Brumowski, Arigi, Linke-Crawford e Fiala von Fernbrugg.

Le squadriglie da bombardamento, dotate di trimotori Caproni, operarono intensamente, attaccando, fra l’altro, Lubiana (febbraio) e Trieste (settembre).

Alla fine del 1916 le industrie aeronautiche italiane avevano prodotto 1.255 aerei e 2.300 motori, mentre in linea c’erano 370 velivoli delle varie specialità, oltre ad alcuni dirigibili.

1917

Sulla base delle decisioni prese negli incontri interalleati di Chantilly, nel dicembre 1916, e di Roma, nel gennaio 1917, il comando supremo italiano approfittò delta stasi invernale per riorganizzare le truppe e migliorare l’addestramento e la logistica.

In maggio Cadorna ordinò una nuova offensiva nel settore dell’Isonzo, la decima dall’inizio del conflitto. Al termine delle operazioni, il 6 giugno, furono conquistate le posizioni dei monti Kuk e Vodice a nord di Gorizia.

La Battaglia di Caporetto - 1917
La Battaglia di Caporetto – 1917

In giugno si svolsero aspri combattimenti sull’altopiano di Asiago per la conquista del monte Ortigara, preso e poi perduto.

In agosto, l’undicesima offensiva sull’Isonzo portò alla conquista dell’altopiano della Bainsizza.

Nel periodo primavera-estate, a fronte di un piccolo miglioramento delle posizioni, le perdite globali dell’esercito italiano risultarono superiori al 300.000 uomini, ma anche le forze austro-ungariche erano state provate a tal punto che l’alto comando tedesco decise di intervenire direttamente sul fronte italiano in appoggio all’alleato, giudicato ormai vicino al collasso.

Lo spostamento di ingenti forze tedesche dal fronte russo fu possibile in seguito al crollo del regime zarista.

Gli Imperi Centrali misero in campo 15 divisioni riunite nella 14a armata al comando del generale tedesco von Below.

La disfatta di Caporetto

Cadorna e il suo stato maggiore non vollero prendere in considerazione una lunga serie di indizi e informazioni che facevano presupporre l’avvicinarsi di una grossa offensiva.

Quando nel mattino del 24 ottobre 1917 l’avversario attaccò la sorpresa fu totale.

Ritirata di Caporetto - 1917
Ritirata di Caporetto – 1917

Grazie all’uso dei gas e tattiche di infiltrazione con reparti d’assalto molto ben addestrati, le linee italiane furono aggirate. Le retrovie sconvolte, le linee di comunicazione telefoniche interrotte, impedendo fra l’altro il fuoco d’appoggio delle artiglierie.

Nonostante episodi di valore come quelli della cavalleria a Pozzuolo del Friuli, il crollo del fronte italiano, soprattutto di quello tenuto dalla 2a armata di Luigi Capello, fu generale.

Carenze nell’azione di comando, cedimento del morale dei soldati contribuirono alto sfaldamento del fronte. Centinaia di migliaia di uomini, e di civili terrorizzati, iniziarono a ripiegare in disordine verso ovest. Ritirandosi prima sul Tagliamento, poi sul Piave, dove nel frattempo era stata allestita una linea provvisoria di difesa.

Entro 9 novembre gli ultimi reparti di retroguardia passarono sulla riva destra del fiume e i ponti vennero fatti saltare. Nello stesso giorno Cadorna fu sostituito da Armando Diaz nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito.

Alla guida del governo Paolo Boselli fu sostituito da Vittorio Emanuele Orlando.

La rotta di Caporetto provocò nelle file italiane 10.000 morti, 30.000 feriti e 265.000 prigionieri, la perdita di circa 5.000 pezzi d’artiglieria, 300.000 fucili, 3.000 mitragliatrici oltre ad enormi quantitativi di materiali abbandonati o distrutti.

Da aggiungere i gravi problemi provocati dalle decine di migliaia di sbandati affluiti nelle retrovie.

La reazione
Generale Armando Diaz
Generale Armando Diaz

La reazione del paese di fronte al disastro e al rischio di un’invasione di tutta la pianura padana, fu immediata. Grazie anche all’appoggio degli alleati, che iniziarono a far affluire truppe a partire dal 30 ottobre, il nuovo comando supremo riprese il controllo della situazione.

Il fronte ora si stendeva dallo Stelvio al Garda, alla zona orientale dell’altopiano di Asiago, al Brenta, al settore del Monte Grappa fino al Piave ed era presidiato dal III corpo d’armata, dalla la, 4a e 3a armata.

L’avversario era schierato con il gruppo d’armate di Conrad a nord (10a e 11a armata), la 14a di von Below e il gruppo d’armate di Boroevic (1a e 2a).

A partire dal 10 novembre gli austro-tedeschi ripresero gli attacchi sull’altopiano di Asiago. Due giorni dopo sul Piave e poi sul Grappa, ma le truppe italiane riuscirono a mantenere le posizioni.

 

L’affondamento della Wien

Sul fronte navale nella notte tra i1 9 e il 10 dicembre 1917 Luigi Rizzo penetrò con due MAS nella rada di Trieste e assalì con i siluri le corazzate Budapest e Wien che circa un mese prima erano state attaccate senza esito mentre bombardavano batterie della marina italiana a Cortellazzo. La Wien fu colpita e affondata.

La guerra aerea

Le forze aeree dell’esercito nella primavera del 1917 erano salite a 62 squadriglie. I reparti aerei intervennero in appoggio alle operazioni sull’Isonzo e la Bainsizza.

I bombardieri Caproni, attaccarono più volte l’arsenale di Pola in agosto e la base navale di Cattaro in ottobre.

Dopo il crollo del fronte a Caporetto anche i reparti dell’aviazione furono costretti a ripiegare abbandonando molti mezzi e materiali.

Il 26 dicembre in una violenta battaglia nel cielo di Istrana, Treviso, i caccia tricolore respinsero un massiccio attacco avversario.

In totale nel corso dell’anno furono abbattuti 213 aerei. L’industria aeronautica produsse 3.860 velivoli e oltre 6.700 motori.

1918
Vittorio Emanuele Orlando
Vittorio Emanuele Orlando

Nei primi mesi del 1918 il nuovo capo del governo italiano Vittorio Emanuele Orlando e il nuovo capo di stato maggiore Armando Diaz proseguirono nell’opera di razionalizzazione della produzione bellica e nella riorganizzazione dell’esercito, attuando una più stretta collaborazione con gli alleati dell’Intesa. Sul piano strettamente militare azioni minori si svolsero in primavera nel settore Tonale-Adamello, sull’altopiano di Asiago e sul basso Piave.

Da parte austriaca, sia l’imperatore Carlo, sia il suo capo di stato maggiore von Arz erano ormai consapevoli del progressivo deterioramento delle condizioni del loro esercito, ma gli alleati tedeschi avevano bisogno di offensive d’appoggio per poter mantenere l’iniziativa sul fronte occidentale.

Fu quindi deciso di effettuare un attacco generale contro l’Italia partendo dal saliente del Trentino e dal Piave.

A nord si schierò il gruppo d’armate del Tirolo, comandato da Conrad von Hotzendorf, con la 10a e 6a armata. A est il gruppo d’armate del Piave, guidato da Boroevic, con la 6a e 5a armata. In totale, comprese le riserve, 60 divisioni con 7.500 pezzi d’artiglieria.

Tali forze erano fronteggiate, da ovest verso est, dalla 7a e 1a armata dallo Stelvio all’Astico. Dalla 6a e 4a armata sugli altipiani, 8a e 3a da Pederobbe al mare. In totale 59 divisioni, comprese 3 inglesi, due francesi e una cecoslovacca ancora in addestramento.

L’ultimo attacco Austriaco

Il 15 giugno gli austriaci iniziarono l’offensiva su tutto il fronte. Nel settore di Asiago e sul Grappa furono contenuti, ma sul Piave sfondarono le linee italiane in vari punti.

Accaniti combattimenti si svolsero a Casa Serena e Nervesa sul Montello, raccordo tra lo schieramento montano e quello di pianura. Altre teste di ponte furono costituite alla Grave di Papadopoli, a San Donà e a Ponte di Piave.

Ma la tenace resistenza delle truppe italiane, fra cui si misero in luce gli speciali reparti d’assalto degli Arditi. Le difficoltà di far affluire i rifornimenti oltre il fiume, misero in gravi difficoltà gli austriaci. Contrattaccati a partire dal 19 giugno, dopo quattro giorni furono costretti a ritirarsi.

In luglio le posizioni italiane furono ulteriormente migliorate. La battaglia del Piave, costò agli austriaci 150.000 uomini contro 80.000. Così svanì definitivamente per le armate della duplice monarchia ogni possibilità di vittoria.

L’ultima offensiva e l’epilogo della Grande Guerra degli Italiani

Il 24 ottobre iniziò l’offensiva finale italiana. Gli attacchi furono concentrati sul Montello e sul Grappa, per dividere le forze austriache del Trentino da quelle del Piave.

In questo settore l’avversario fu costretto a ritirarsi verso Vittorio Veneto a partire dal 29.

A nord Rovereto fu raggiunta il 2 novembre e Trento il giorno dopo, così come Trieste ad est. Così finiva la Grande Guerra degli Italiani.

L’armistizio tra Italia e Austria-Ungheria venne firmato il 3 novembre a Villa Giusti, presso Padova. Alle ore 15 del 4 novembre 1918 le ostilità ebbero finalmente termine.

Armistizio di Villa Giusti - 3 novembre 1918
Armistizio di Villa Giusti – 3 novembre 1918

Nel Mare Adriatico furono tre gli episodi di rilievo nell’ultimo anno di guerra che videro protagonisti uomini della marina italiana. In febbraio tre MAS al comando di Costanzo Ciano penetrarono nella base navale di Buccari.

L’ultimo anno di guerra nei mari

Le reti parasiluri impedirono l’attacco alle unità alla fonda, ma fu lasciato un messaggio di scherno di Gabriele d’Annunzio.

All’alba del 10 giugno 1918 due MAS comandati da Luigi Rizzo scoprirono nelle acque dell’isola di Premuda due corazzate austriache che si accingevano ad attaccare lo sbarramento del canale d’Otranto.

Corazzata Szent Istvan - 1918
Corazzata Szent Istvan – 1918

Due siluri mandarono a picco la Szent Istvan.

Infine, nella notte tra il 10 e il 2 novembre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci penetrarono a nuoto nel porto di Pola spingendo uno speciale ordigno chiamato «mignatta» che applicarono alla carena della corazzata Viribus Unitis, facendola saltare in aria.

Da poche ore tuttavia, la nave non apparteneva più all’Austria, ma era passata alla marina del nuovo regno serbo-croato-sloveno.

La guerra aerea nell’ultimo anno

Nella vittoriosa battaglia del Solstizio, l’aviazione fu ancora una volta di grande importanza, soprattutto all’appoggio tattico, al bombardamento e l’interdizione.

Il 19 giugno fu abbattuto sul Montello l’asso della caccia italiana Francesco Baracca che aveva raccolto ben 34 vittorie.

D'Annunzio con Natale Palli davanti allo SVA del volo su Vienna
D’Annunzio con Natale Palli davanti allo SVA del volo su Vienna

La conquista della supremazia aerea italiana venne confermata dall’incursione di 7 biplani SVA su Vienna il 9 agosto 1918.

Dopo un volo di circa 1.000 km in totale, di cui 800 su territorio avversario, la formazione italiana lanciò sulla testa dei cittadini viennesi migliaia di manifestini tricolori.

Ideatore dell’impresa e estensore dei testi di propaganda l’instancabile Gabriele D’Annunzio.

 

Da: Breve riassunto della Grande Guerra 1914-1918 – L’Italia nella Grande Guerra di Alessandro Gualtieri – 2009

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